La critica dell'architettura e le riviste del primo dopoguerra. Il caso 'la casa bella'.
di Maurizio De Caro
- 3/4/2004

Esce in gennaio dalla sede di via Boccaccio 16 a Milano, contemporaneamente alla
consociata Domus, il primo numero di La casa bella, rivista per gli amatori
della casa bella.
E un fascicoletto di appena cinquanta pagine, chiuso in una modesta copertina e
costa 8 lire.
La dirige Guido Marangoni, cultore darte antica, scelta non contraddittoria
rispetto alla consociata Domus di Gio Ponti che aveva il compito di attraversare
lavanguardia mantenendo comunque un rapporto con la tradizione.
Il 1928 un anno di discrimine per la critica e larchitettura italiana e,
mentre viene inaugurata la prima mostra di architettura razionale, sono da
poco ultimati il Novocomum di Terragni a Como e il palazzo per gli uffici
Gualino di Pagano a Torino.
Il giovane movimento razionalista ossia lavanguardia tranquilla (come nella
tradizione italiana post-futurista) ha fatto strada e la critica continua ad
avere un atteggiamento sospetto, diffidente ma moderatamente curioso.
Dunque perch un cantiere non pu trasformarsi in una vera officina e costruire
una casa come le altre officine costruiscono un vagone ed unautomobile, e
giungere cos al concetto di abitazione = macchina da abitare, fatta di elementi
costruiti in serie e bella della bellezza nuova delle macchine?, si chiede
Modana (chi era costui?) alla fine del primo anno di pubblicazioni.
In quel momento il solo Pietro Maria Bardi, scrittore spezzino a schierarsi,
(precedentemente con Belvedere, cui aderiscono Edoardo Persico, critico
dellarchitettura e Raffaello Giolli storico e critico dellarte), con
larchitettura razionale.
Il panorama culturale italiano costellato di figure concettualmente lontane ma
di notevole grandezza che, comunque, porteranno larchitettura alla rinascita
sia pure attraverso realizzazioni non sempre dello stesso livello.
Il periodo che va dalla nascita delle due riviste La casa bella e Domus -
curioso riscontrae che ancora oggi siano rimaste sulle posizioni originarie-
alla fine della guerra rappresenta un momento culturalmente controverso, ma
stimolante, per la critica italiana (e non solo darchitettura).
E levoluzione dellarchitettura che si intreccia indissolubilmente con la Casa
bella che gi dal primo anno diventa casa, minuscolo che definisce le
caratteristiche meno accademiche e retoriche, diventa residenza, abitazione,
cellula abitativa: non sar mai pi Casa.
Gi dai primi anni, Alberto Sartoris, figura fondamentale del razionalismo
torinese scrive in maniera continuativa ma, saranno Pagano e Persico a dare la
vera svolta alla rivista sotto la nuova sia pur modesta direzione del
Bonfiglioli.
LEsposizione Internazionale IV Triennale celebra nel contempo il neonato gruppo
sette di Figini, Polini, Frette e altri e Piero Bottoni con la casa Elettrica
una villa-tipo dove appaiono in atto, ambientate nel modo pi moderno, tutte
le applicazioni dellelettricit ai vari usi domestici opera effimera, data la
destinazione per un sol giorno, ma capolavoro anche, da paragonare, pur alla
diversa scala dellEsprit Nouveau di le Corbusier e al Barcellona di Mies van
der Rohe.
Non appaia fuorviante considerare un architettura nella sua veste di
riflessione critica, si avverte la necessit di mantenere la spinta ideale anche
nella concretezza della realizzazione dellopera.
Questaporia concettuale amalgama le diverse espressioni della prassi
progettuale ad essa connesse: parola, modello, metodo, azione, progetto e
realizzazione.
Una vero saggio critico in questo senso il bar Craja a Milano di Luciano
Baldessari, architetto tra i pi interessanti e dimenticati del novecento
italiano.
La scrittura, la letteratura critica coinvolgono personaggi come Massimo
Bontempelli, amico di Terragni e del gruppo razionalista comasco, sia pure
attendista e teorico del realismo magico, novecentista, curioso, svincolato da
pesantezze accademiche e comunque direttore di Quadrante e Domus tra il 1941 e
42.
In una famosa lettera a Ugo Ojetti del 1933, pubblicata su la casa bella scrive:
come potr sorgere unarchitettura nuova se non ci si infervora, se non si
esagera?
Dalleccesso potr nascere equilibrio, dalla paura non nasce che la meschinit.
Vengano in Roma mille edifici nuovi e siano pure tutti eccessivi: il loro
insieme costituir una fisionomia nuova da aggiungersi alle tante successive che
fanno Roma cos bella, perch nessun secolo ha mai avuto paura. E ancora:
meglio cento edifici nuovi eccessivi, che cento ridicole rimasticature, che
cento prudenti compromessi.
Parole appassionate, luminose che hanno ancora oggi quella modernit che si
adatta ai nostri tempi confusi.
Con Bontempelli saranno molti altri a cercare di capire la perversa dialettica
tra le posizioni retrive di Piacentini e dei suoi epigoni (per scelta o per
necessit) e una galassia di figure di diverse discipline che scrivono,
discutono, si accapigliano sul futuro, incerto, delle nostre citt.
Basterebbe ricordare il contributo di Argan per la critica darte, ma anche
lopera di poeti come Alfonso Gatto che scrive per Domus e Casabella
(fondamentali le sue Cronache dellArchitettura), il gi ricordato Giolli,
rigorosamente crociano sulla ricerca del bello, ma difensore dei razionalisti
del Gruppo 7.
Roberto Papini, vive la sua anomalia e pur essendo studioso insigne darte
classica, difende la nuova architettura con numerosi interventi su varie
riviste, i critici dellarte Agnoldomenico Pica e Carlo Ludovico Raggianti e i
mai completamente analizzati Pagano e Persico,scomparsi entrambi troppo presto e
infine Giulia Veronesi, storico e critico dellarchitettura per i suoi
fondamentali studi su Baldessari e Persico.
Risulta palese la diversit dei protagonisti di quella stagione della
critica,delle diverse attivit (architetti, storici, letterati ma anche artisti,
critici puri e poeti), delle posizioni spesso antitetiche che comunque trovano
spazio espressivo in un gruppo di riviste che sono diventate molte e tutte mal
sopportate da un regime sempre pi rigido e nervoso, dove laccademismo critico
e professionale ha ormai il suo profeta unico nellonnipresente Marcello
Piacentini che raggruppa in s una quantit di cariche che coprono oltre due
pagine fitte fitte di un saggio pubblicato qualche tempo fa.
La rivoluzione dunque diventa reazione e i ruggenti anni trenta ci regalano
il Programma 1934 di Pagano, Palanti, Persico: dobbiamo fare di pi e
megliovaluteremo larchitettura in tutte le sue forme e in tutte le sue
espressioni: tecnica edilizia e gusto architettonico ,tecnologia dei materiali
moderni, senso economico.
Torna,anzi arriva per la prima volta il fondamentale testo critico di Adolf Loos,
Ornamento e delitto: lornamento moderno non ha predecessori n discendenti,
non ha passato ne avr futuro, vero urlo programmatico del proto-minimalismo
loosiano, scientifica negazione di qualsiasi eccedenza non razionale,
irripetibile tentativo di dare senso nuovo e respiro alla proterva architettura
mittel-europea.
La parola dordine levare, togliere, anche i sensi di colpa.
E lui il vero Freud dellarchitettura moderna, e al contempo il pi grande
critico della met del secolo scorso.
Nei primi quindici anni di pubblicazione (1928-1943) la casa bella a parte gli
esempi gi considerati intrattiene pochi rapporti col resto delleuropa e questo
gap sar una delle cause di una continua arretratezza della nostra architettura.
Lisolamento politico del paese equivale ad una sostanziale assenza di scambi
culturali che si accentua nella letteratura, nellarte sia per linevitabile e
crescente paura che il fascismo ripone su alcune democrazie (Inghilterra,Francia
e soprattutto USA) sia per la conseguente difficolt di far liberamente
circolare idee e posizioni critiche.
Le stesse iniziative espositive rappresentano momenti autarchici e
auto-celebrativi parziali, non riescono a disegnare un panorama aperto,
subiscono una strisciante oppressione critica che uniforma, massifica,
normalizza sulle posizioni di Ojetti: un pensiero debole, ma unico.
Debole come le inascoltate invocazioni di un Alfonso Gatto che si lancia
addirittura contro la speculazione edilizia( proprio vero che i poeti sono
capaci di leggere la realt con la leggerezza straordinaria della loro arte) e
con i retori che definisco la Casa del fascio di Giuseppe Terragni a Como una
casa da gag intellettuali.
La deriva dellinevitabile conflitto armato, ormai auspicato e imminente, i
tempi di autarchia e il conseguente irrigidimento del sistema complessivo
accresce lansia e la rabbia critica anche se c chi come Pagano, subentrato a
Persico alla Direzione di casabella, pensa che ancora ci sia la possibilit di
trasformare larchitettura razionale e le sue battaglie critiche che la rivista
continua intransigente, a svolgere, nel post-piacentinismo post-fascista.
La trappola dellEUR (esposizione universale di Roma) deve ancora giungere c
lo spazio per lanciare la nuova crociata,tardiva,ma essenziale.
Larchitettura corrente, urla Pagano nelle sue pagine di critica forse
migliori, deve costruire per il popolo, a basso prezzo, e la soluzione una
sola: convincersi che linteresse per la collettivit interesse sovrano.
Parole di pietra in tempi di totale distruzione, di guerra e di rabbie contro
quel Piacentini arrampicatore, adulatore del duce, uomo spregevole, non c
pi tempo per la mediazione e la critica diventa militante, per cui Pagano
invece di arrampicarsi su improbabili incarichi (furbescamente promessi) rompe
con quella Casabella-costruzioni e passa alla clandestinit.
La parabola della prima stagione della critica italiana che aveva trovato in
CASABELLA la sua tribuna privilegiata e stimolante al termine e il Ministero
per la Cultura Popolare decide nel dicembre1943 che la misura colma e quindi
chiude una testata nonostante il tentativo disperato delleditore di tornare su
posizioni meno eccessive.
La voce della vera architettura fu imbalsamata, portata su un tono minore, infilata in
tubi isolanti e mandata sul tetto, come fece quello col suono del suo pianoforte
che gli dava noia. Questa vera critica letteraria, lavanguardia viene messa
in soffitta, dice Piero Bottoni alla fine del 1943, fu dichiarato che esisteva
unarchitettura minore, che non era architettura e che il problema della casa
minima era soffocante.
Ojetti, il lungimirante critico fautore di colonne e archi, e di una romanit
permanente ha vinto, apparentemente, ma per poco.
Siamo gi alla speranza di una ricostruzione etica e politica prima che fisica e
teorica e nel significativo Daccaposcritto da Agnoldomenico Pica alla fine
violenta delle pubblicazioni si traccia la nuova strada della critica che da
letteraria diviene analitica e sociale: le comunicazioni (a Milano) attuali non
sono riuscite a frenare minimamente il movimento centripeto e conseguentemente
mono-centrico della vita cittadina.
Solo una rete di comunicazioni davvero vasta e veloce, una razionale
distribuzione dei traffici in sedi proprie, potranno spezzare lunicit dei
centri tradizionali e creare quei moti centrifughi i quali potranno salvare i
nuclei antichi delle citt e alimentare con la larghezza necessaria i nuovi
quartieri.
Innocenza preveggente della critica , la cronaca dei nostri tempi ci ha
costretto ad accettare che quelle speranze sarebbero rimaste letteratura
utopica.
(Maurizio De Caro
- 3/4/2004)
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