Abolire l'ordine degli architetti
 
  Oggi il 20/12/2007
Opinioni
Abolire l'ordine degli architetti
di Sandro Lazier
Nell'anno 2000 circolava un manifesto della sinistra giovanile in cui si chiedeva l'abolizione degli ordini professionali. Allora, governava il centro-sinistra ma, da allora, nulla successo. Anzi sono spariti anche i manifesti. Soffocata dalla retorica del "paese normale" c' finita l'unica cosa veramente normale che si potesse chiedere: l'abolizione di un privilegio vergognoso come quello della difesa e tutela delle professioni intellettuali, ovvero, il garantismo ridotto a virt di casta. Invece di chiedere prima sacrifici al ricco mondo di notai e farmacisti si preferito chiederli al disusato e malandato mondo un tempo operaio.
Gi gli amici radicali, qualche anno prima, proposero con un referendum di abolire l'ordine dei giornalisti; alla gente, per, non freg niente e la stessa disert il voto. Oggi, anno 2003 e dopo infinite insistenze della Comunit Europea, lo Stato Italiano, di malavoglia perch non costretto da nessuna pressione di piazza che preferisce agitarsi per altri motivi, deve mettere mano a una riforma che dovrebbe conciliare la Scandinavia, dove uno l'architetto lo fa come se facesse il pittore o lo scrittore - e quindi disegna e scrive senza dover rispondere a nessuno se non ai propri lettori - con paesi pi vicini al terzo mondo come il nostro dove, se non esibisci almeno un paio di timbri e certificati in pergamena, rischi di non vedere un euro perch nessuno vuole pagarti. Da noi un'idea, se non ben timbrata, di solito vale niente. Garanzie, si dice, per l'utente che, pagando profumatamente, ha diritto ad un trattamento di qualit garantita. Ma quale qualit visto che, per averla, il ministro della cultura ha persino pensato una improbabile legge? C' da chiedersi: dato il disastro urbanistico che c' in giro e il gran lamento sullo sfascio del patrio suolo, finora hanno lavorato solo progettisti impostori, non autorizzati e sprovvisti di iscrizione negli albi? Io credo di no e, come mi hanno pi volte fatto notare Alberto Scarzella Mazzocchi e Beniamino Rocca, rispettivamente presidente e vice presidente del Co.Di.Arch, se gli ordini prendono le distanze da questo tipo di responsabilit vuole dire che non servono assolutamente nulla e, anzi, sono spesso alibi e copertura per le malefatte e le incompetenze di qualche loro iscritto. Il problema, pi che la salvaguardia dell'architettura e di chi dovrebbe fruirla, pare essere invece la spartizione di una torta che seppure grande deve sfamare, tra architetti (circa 110 mila), geometri, ingegneri e altre professioni tecniche, mezzo milione di persone.
A Bari in atto il VI Congresso nazionale degli architetti in programma da gioved 30 ottobre a sabato 1 novembre alla Fiera del Levante.
Nel documento programmatico (docprogr.pdf) al capitolo "Professionalismo Terza logica - La professione e il ruolo di indipendenza fra pubblico e privato" si legge: "L'appartenenza dell'ideal-tipo architetto ad una propria "logica", ad un nuovo ordinamento anche giuridicamente definito e collaudato, apre nei confronti della committenza pubblica e privata una dialettica che trascende le regole riconducibili alla mera competitivit, profitto ed efficienza per trovare forza ed espressione in categorie quali l'autonomia di giudizio e la coscienza etica. Questo per difendere nello stesso tempo i legittimi interessi della Committenza e l'interesse generale [logica del professionalismo]."
Il professionalismo si pone qui nei confronti della professione come il prete nei confronti della religione. Non ci sono pi uomini in carne ed ossa che devono fare i conti della spesa e calarsi nella competizione quotidiana ma, per virt e vaglio di coscienza, ci si chiama fuori purch la parrocchia mantenga e sostenga perch, se c' la religione, ci deve essere anche il prete. Troppo comodo, anche per il prete, visto che la parrocchia dovrebbe essere cos ricca da consentire al sacerdote di farsi gli affari propri lucrando sulle necessit dei bisognosi parrocchiani. Tutto questo non funziona in un ragionamento normale, figuriamoci quando ci sono di mezzo i quattrini. Quindi ha straragione il commissario Monti a pretendere per i professionisti lo stesso destino dei normali cristiani. In fondo sono uomini e hanno i vizi degli uomini, non quelli dei preti.
Sul concetto di concorrenza e competizione bisognerebbe poi finirla di storcere il naso. Infatti, la competizione non implica solo il vile denaro - che tanto vile non dev'essere visto il tenore stratosferico delle parcelle italiane - ma riguarda soprattutto i concetti e le idee che governano i progetti.
Nella situazione attuale, "ordinata" per vincolo, non si fa differenza tra tradizionalisti e modernisti, tra neorazionalisti e organicisti, tra postmodernisti e decostruttivisti e chi pi ne ha pi ne metta. Per l'ordine gli architetti sono tutti uguali e tutti, se iscritti, garantiscono al cittadino la qualit del loro lavoro. Ora, se per qualit dell'architettura intendiamo che uno sciacquone funzioni quando si tira l'acqua, non mi pare il caso d'investire di titolo e medaglia l'artefice di tanto successo. Se, invece, pretendiamo dalla qualit delle cose anche, ad esempio, una certa attenzione al corredo artistico dell'architettura - che ovviamente concerne il suo linguaggio e non altro - allora gli argomenti cambiano e diventano parecchio complicati. Un tempo, all'epoca delle scuole Beaux Arts, si pensava che la bellezza delle cose fosse nel disegno, nella forma e nella storia, dentro modelli ben definiti che si potevano trasmettere ed insegnare.
A quel tempo si era architetti come si era pittori o scultori e non c'erano ordini capaci di misurare competenze che di fatto potevano verificarsi ed essere verificate.
Da allora passato un secolo e, malgrado quelli che vorrebbero tornare indietro, dopo la rivoluzione del moderno diventato difficile stabilire a priori una qualsiasi formula estetica e linguistica, moltiplicabile e dispensabile in copia. Purtroppo, dopo il moderno - ma in verit succedeva anche prima - per avere un po' di poesia necessario rivolgersi ad un poeta. Ma grazie al cielo non esiste l'ordine dei poeti, con tanto di catalogo degli iscritti alla professione della poesia, per cui spetter alla libert del cittadino distinguere tra la poesia seria e le fesserie di un qualche improvvisato. Come far l'ingenuo cittadino, tanto per calarci nei panni nostri, a distinguere un'architettura vera garantita dallo stato da una finta? Ma quali sono le architetture vere e quali quelle finte? Quali sono serie e quali sciocche? A detta di Gabriele Sirica e della rivista L'architettura, cronache e storia (n. 576) "l'approvazione della legge quadro sulla qualit architettonica, fortemente voluta dagli architetti e realizzato dall'azione corale degli ordini italiani, pu attivare quel processo virtuoso di riqualificazione urbana e dell'ambiente. Sicuramente, questa legge, metter in moto la buona fede e la volont di molti architetti, ma secondo quale criterio di qualit, quello di Gregotti, di Cervellati, di Portoghesi, oppure quello di Bruno Zevi?
Questa ovvia difficolt intellettuale, vista soprattutto l'esistenza di una legge sul diritto d'autore che, di fatto, equipara le opere di architettura a quelle di pittura, scultura, musica e letteratura, ci costringe all'unica scelta seria che sembra essere quella di concedere ai poeti - compresi quelli dell'architettura - di scrivere le loro opere senza costringerli in elenchi impossibili e insensati. Per questa ragione prima di tutto necessario abolire l'ordine degli architetti. Dopodich vedrete sar pi facile anche la riforma universitaria.
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  2/11/2003
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