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L’appesa, vicissitudini di una città ideale
di Ugo Rosa
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02/12/2010
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L’impiccato muore coi piedi per aria.
A dirlo sembra niente, ma è per questo che la morte per impiccagione
è sempre stata considerata disonorevole ed empia, contrariamente a
quella procurata dall’ascia oppure dalla lama a caduta. Bisogna poi
fare attenzione ai flussi: il sangue dell’impiccato non è liberato, gonfia il
corpo e vi rimane prigioniero, lassù, a mezz’aria, in contraddizione con
le leggi naturali.
Nel decollato, viceversa, il sangue fluisce diligentemente e, fluendo, si
ricongiunge alla terra, sua madre. Non è cosa da poco.
Morte ingolfata e brutale quella dell’appeso!
Poco decorosa e, inoltre, terribilmente teatrale.
La forca infatti, che di quella morte è palco e strumento, si attesta proprio
come “macchina scenica”. Non manca neppure, quando le cose
sono fatte a dovere, la botola per la sparizione a effetto del protagonista.
L’esecuzione per via di corda e di sapone, insomma, fu sempre un
coup de théâtre. La si potrà, se si vuole, relegare al genere inferiore
(grand-guignol, farsa macabra) sostenendo che la tragedia classica necessita
di cadaveri immobili, giacenti e possibilmente eccellenti (a parte
i revenants che però si rifanno, appunto, vivi e che perciò “morti”, propriamente parlando, non sono più) ma difficilmente, io credo, le si potrà
contestare questa straordinaria vocazione teatrale.
L’impiccato dunque.
 
 
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